Eppure, il giorno dopo lasciai la città al levar del sole e partii alla ricerca dei racconti. Vissi così anch’io la mia avventura, mia e diversa da quelle che poi ho narrato piegando le parole come un fabbro il ferro rosso rovente.
Mi levai di buon’ora e lasciai la casa e la bottega di mio padre, una dimora e un’attività che mi avrebbero garantito protezione e sicurezza, e ai quali già dovevo l’invidia bonaria degli amici. Gli uccelli accompagnavano i tremori dell’alba cantando a contrappunto ciascuno nella propria lingua. I colori iniziavano a sbocciare nella pianura appena ondulata che si apriva inesauribile al mio sguardo affamato di strada da percorrere, di destinazioni. Una vasta, smisurata promessa.
Il tempo ha depositato su quell’addio frettoloso il sapore di un vago rimpianto, ma non sono certo di esserne stato toccato allora, stracolmo com’ero di smania, furioso di viaggi e di storie. Ricordo che infilai nella sacca le tavolette cerate e i pennini, salutai mia madre, mio padre e i miei fratelli e mi avviai incosciente; ma non so dire se provai davvero in quei momenti la tenerezza e la nostalgia che mi assalgono quando ripenso alla mia famiglia e cerco di strappare alla nebbia i tratti dei miei genitori. I loro volti sono maschere opache negli scaffali della memoria stracolmi di nomi. Alla mia età, quella in cui scrivo queste righe, questa è ormai una forma di dolore.
Per contro, sono certo di rammentare tale e quale l’incantamento della voce del cantore: è sempre stato qui con me, identico e vivo, senza alterazioni, così come l’ho provato quel pomeriggio, quando li ho incontrati, quando loro mi hanno trovato: loro,
i racconti.
Camminavo per la via che costeggia la navata meridionale della cattedrale di Troyes, mi affrettavo senza una ragione precisa, forse temevo che le nuvole nere che avevo appena intravisto mi sorprendessero a capo scoperto. La via era ostruita da un assembramento di persone disposte, scoprii, intorno a una voce. Un uomo basso dall’accento che non sapevo identificare declamava un poema che non riconobbi. Dapprima mi incuriosì il timbro della voce: profonda, innaturale, un momento tanto rugosa da potercisi aggrappare, poi fresca come uno zampillio, di nuovo aspra, bellicosa, poi così notturna da far sorgere anzitempo la luna. Diceva:
«Il castello di Tintagel si affaccia imponente sul mare squassato dai venti, non teme gli assedi né gli inganni diabolici dei maghi. Le mura costruite dai giganti riverberano riflessi di rosso e di azzurro. In questo luogo il re Marc Cunomor e la regina Essylt banchettano con gli uomini di Bretagna e Cornovaglia. Tutt’intorno alla reggia la terra abbonda di pascoli e foreste, di selvaggina e di acqua dolce. Là sbarca Drustan, solo, anzi no: insieme a lui i fedeli compagni dolore e disonore».
A colpi di gomito mi feci largo tra braccia e corpi ammassati, le orecchie tese a non perdere frasi che non si preoccupavano di aspettarmi. Il cantore gesticolava, materializzava le scene e i personaggi, dava alla voce visi e paesaggi. Quando il cerchio degli spettatori si disperse e ciascuno rientrò alle proprie occupazioni io rimasi immobile.
«La mia storia ti ha trasformato in albero?», chiese il cantore.
In un albero no, in un altro uomo, forse. Se la saggezza degli anni trascorsi fosse stata già con me avrei risposto:
mi ha trasformato in me stesso,
mi ha rivelato quello che sono, la verità nascosta sulle mie origini e il mio destino.
Immaginate di abitare un castello, di vagabondare per i corridoi e di scoprire un passaggio segreto che si apre su stanze meravigliose di cui ignoravate del tutto l’esistenza, saloni affrescati e mosaici, alte vetrate dalle quali si protendono, come le dita del buon Dio, drappi di luce verde e rosso rubino. Ecco, io ero quel castello e dentro di me c’erano luoghi meravigliosi la cui esistenza era celata dalle comode illusioni quotidiane. I racconti erano la chiave per aprirle. Ora sapevo, né potevo più fingere di non aver mai saputo. Il mio passato non mi assomigliava più, il futuro, con i suoi forse, mi era specchio ben più fedele.
[questo è l'inizio de "Il segreto del poeta", dove Créstien incontra il cantore e lo ascolta raccontare un episodio della leggenda di Tristano. Nella composizione del romanzo P.G. Kien ha utilizzato in più occasione frammenti di poemi e cronache del secolo XII, ed è il caso delel parole messe in bocca al cantore, ispirate da un passaggio del delizioso poemetto "La Follia di Tristano"]